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lunedì 7 aprile 2008

Water di Deepa Mehta






Water - Chan Chanana

Terzo ed ultimo film della trilogia della regista indiana Deepa Mehta, Water chiude il percorso dedicato dalla regista agli elementi naturali -- acqua, fuoco e terra - e grazie alla metafora dell'acqua, tratta il tema controverso della religione, la dove il suo film precedente Fire (1998) si occupava del tema scottante dell'omosessualità tra donne ed Earth (1999), il primo film della trilogia, trattava il tema del settarismo, sullo sfondo della divisione politica del 1947 tra India e Pakistan.

Water è ambientato nell'India del 1938, quando l'indipendenza dagli inglesi era ancora lontana da venire e Gandhi gettava le basi della sua protesta pacifista, infiammando gli animi del paese oppresso dal colonialismo. Il film, sullo sfondo di questo contesto storico, narra le vicende di una sposa bambina, Chuyia, che all'età di otto anni, subito dopo essere stata data in moglie ad un uomo malato, rimane vedova, sposa predestinata di un futuro di miseria e privazioni.

Il film, che ha preso lo spunto dagli ashram di Varanasi, la città sacra dell'Uttar Pradesh nel centro dell'India, è ambientato nella città di Rawalpur, e racconta la storia della vedovanza di Chuyia, dall'esilio forzato dentro l'ashram (termine sanscrito che indica luogo di eremitaggio) nel quale viene relegata dalla sua famiglia, sino alla perdita del diritto ad esistere come persona ed all'annullamento di tutti i pregressi diritti di casta. Per i testi sacri, infatti, le vedove indù hanno a disposizione solo tre scelte: morire bruciate sulla pira del marito, sposarne il fratello o passare una vita di castità e privazioni, confinate ai margini della società e costrette a vivere dentro la 'casa delle vedove'.

Chuya, la protagonista, si trova improvvisamente a vivere di elemosina con le altre vedove, la bella Kalyani (Lisa Ray), vedova-prostituta che si innamora del laureato in legge Narayan (John Abraham) seguace di Gandhi, e la religiosissima Sadananda (Kulbhushan Kharbanda), che vive sulla sua pelle il conflitto tra fede e coscienza. L'innocenza della bambina si dovrà così scontrare con i destini delle altre donne, più o meno rassegnate al loro fato, mentre lentamente il paese prende coscienza dei propri diritti ed iniziano i primi movimenti nazionalisti indiani.

Tuttavia la chiusura della trilogia non si è rivelata semplice come previsto, e le riprese del film iniziate nel 2000 a Varanasi, sono state interrotte a causa delle ripetute sommosse dei gruppi di estrema destra induisti che accusavano Deepa Mehta di offendere la religione e di denigrarne i contenuti sacri. Il film è stato ultimato solo nel 2005, dopo che regista e intero cast sono stati costretti a lasciare prima Varanasi e poi l'India, per le continue minacce subite, e a girare in gran segreto in Sri Lanka, dove è stato ricostruito il set bruciato a Varanasi.

Ancora oggi, non diversamente che nel passato, la condizione delle vedove in India è rimasta pressoché la stessa, specialmente nelle aree rurali, dove tuttora permangono forti tradizioni e dove la donna subisce ingiustizie ancor prima di nascere. Ad esempio, negli stati più ricchi, l'utilizzo di test illegali per la determinazione del sesso del feto, è in relazione all'elevato numero di aborti illeciti richiesti da donne in attesa di partorire delle bambine, a riprova del fatto che le donne sono un peso il più delle volte insormontabile, specialmente per le famiglie più povere o per quelle appartenenti ai ceti più svantaggiati.

Il matrimonio, ancora oggi, viene deciso dai genitori degli sposi, che contrattano sulla dote che la famiglia della sposa dovrà elargire a quella dello sposo, in quella sorta di matrimonio-contratto che suggella più i termini di un accordo finanziario che il coronamento di un sogno d'amore.
E così accade che, anche le bambine in tenera età, vengano date in moglie per alleviare i genitori da un peso troppo oneroso. In questo modo, il matrimonio precoce è visto come un vantaggio economico, come un'ulteriore dote da portare allo sposo e che servirà ad alleggerire la dote in gioielli o in elettrodomestici. Infatti, una figlia bella, giovane e vergine è la più alta merce di scambio nelle trattative matrimoniali, per quanto in questa maniera alle bambine spose si ruba l'infanzia, l'innocenza ed il gioco.
Per le famiglie più povere significa una bocca da sfamare in meno o una serva in più per quelle più ricche, e può servire a consolidare i legami familiari e patrimoniali e ad evitare scontri tra clan. Spesso le bambine restano nella famiglia d'origine fino alla pubertà e poi si trasferiscono nella famiglia del marito, ma in molti casi la bambina lascia subito la scuola e viene mandata a vivere con la nuova famiglia.

Benché in India sia vietato alla donna di sposarsi prima dei 18 anni, in Stati come il Rajastan e l'Uttar Pradesh, secondo i dati dell'Unicef, ad oggi 17 indiane su 100 si sposano sotto i 10 anni. Secondo la cultura indù, la donna sposata appartiene per metà a suo marito ed una volta che il marito muore la società non sa più cosa farsene di una donna che ha perso il compagno e di conseguenza la sua fonte di sostentamento. Secondo calcoli governativi, inoltre, ad oggi 11 milioni di donne e bambine sono spinte dalla famiglia nelle 'case delle vedove'. Molte ci vanno spontaneamente, e in tante vanno a Vrindavan, a ovest di Calcutta, per vivere di elemosina, pregando davanti ai templi indù. Il film di Deepa Mehta in chiusura conferma questi dati, in India ci sono attualmente 34 milioni di vedove, e almeno 12 milioni vivono nelle "Case".

Vedere questo film fa provare sensazioni tali che, anche chi non ha vissuto in India, riesce a comprendere cosa significhi vivere in un mondo di tradizioni, dove il colore non è solo un ornamento, ma parte integrante della vita di tutti i giorni. Sin dall'inizio del film lo scorrere delle immagini è accompagnato da un taglio fotografico di una delicatezza talmente inusuale, da incollare allo schermo anche lo spettatore più distratto, ed il film, diversamente di quanto accade in altre pellicole, mantiene le promesse sino ai titoli di coda.

lunedì 31 marzo 2008

NO ALLA VIOLENZA SULLE DONNE!!!!


Campagna contro la violenza sulle donne Oliviero Toscani

L'innocenza di due bimbi nudi: Oliviero Toscani l'ha fotografata per la campagna contro la violenza sulle donne scatenando reazioni a catena, compresa quella dell'osservatorio sui minori.
La vita ci porta nudi nel mondo e i piccoli esprimono la loro purezza quando giocano svestiti e si toccano per scoprire il loro corpo.
Il male non è mai nella naturalezza, ma nel torbido moralismo di chi guarda.
Così nasce la violenza sulle donne: dalla paura di queste nudità, dagli occhi di chi non sa guardare la vita com'è, da una parola come: "Copriti!" che diffonde un pensiero velenoso: le femmine sono diverse, quindi devono coprirsi di più. Ci piacciono quando imitano le veline e non quando mostrano il corpo con spontaneità? E' facile trasmettere violenza. Tutte le volte che papà dice alla mamma "Sta' zitta, non capisci niente" infonde nei maschietti l'idea che le donne non sono intelligenti come loro. Questo è razzismo della peggior specie. Ed è razzismo ogni volta che risuonano luoghi comuni : "Le donne hanno il cervello più piccolo" ,"Pensano solo ai vestiti". Come lo si combatte? Riscoprendo l'ingenuità nei bambini di Toscani. Ricordiamo che ogni donna è una dea: protegge il mondo, gli restituisce una semplicità perduta e quell'arte di vivere senza guerre che il femminile-solo il femminile- ha sempre custodito per noi.
Bisogna guardare le cose come sono: questo è amare le donne.

di Raffaele Morelli

http://www.donnamoderna.com/speciali/vocealledonne/index.hp




Firma l'appello on line http://www.amnesty.it/campagne/donne/

giovedì 20 marzo 2008

Ingrid Betancourt


“Io voglio far capire ai guerriglieri che di questo passo non andranno da nessuna parte. Stanno sbagliando tutto. Rapendo la gente non ottengono il riscatto del popolo. Quando oltre quaranta anni fa, le Farc hanno cominciato a lottare, avevano una loro legittimità. Erano contadini che non avevano più niente. Erano vittime della eclatante ingiustizia sociale che da troppo attanaglia la Colombia. Ma adesso tutto è degenerato e la vittima di questa guerra è proprio quel popolo che loro vorrebbero difendere. È ridicolo. È orribile. Devono rendersene conto”.
Ingrid Betancourt

http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntata.aspx?id=460



Firma anche tu la petizione per liberare Ingrid Betancourt


Tibet e Dalai Lama





« Le creature che abitano questa terra - siano essi animali o esseri umani - sono qui per contribuire, ciascuno nel suo modo particolare, alla bellezza e alla prosperità del mondo. »
(Tenzin Gyatso) 14° Dalai Lama









Il 10 dicembre 1989 venne conferito a Tenzin Gyatso il Premio Nobel per la pace. In un comunicato il Comitato annunciò le motivazioni:

« Il Comitato norvegese per il Nobel ha deciso di attribuire il Nobel per la pace per il 1989 al 14° Dalai Lama, Tenzin Gyatso, leader politico e religioso del popolo tibetano. Il Comitato desidera sottolineare il fatto che il Dalai Lama nella sua lotta per la liberazione del Tibet ha sempre e coerentemente rifiutato l'uso della violenza, preferendo ricercare soluzioni pacifiche basate sulla tolleranza ed il rispetto reciproco, per preservare il retaggio storico e culturale del Suo popolo. Il Dalai Lama ha sviluppato la propria filosofia di pace a partire da un reverente rispetto per tutto ciò che è vivo, basandosi sul concetto della responsabilità universale che unisce tutta l'umanità al pari della natura. Il Comitato ritiene che Sua Santità abbia avanzato proposte costruttive e lungimiranti per la soluzione dei conflitti internazionali, e per affrontare il problema dei diritti umani e le questioni ambientali globali. »
Il Dalai Lama, alla cerimonia di consegna del prestigioso riconoscimento, dichiarò:

« Mi considero solo un semplice monaco buddhista. Niente di più, niente di meno. Quello che è importante non sono io ma il popolo tibetano. Questo premio rappresenta un incoraggiamento per i sei milioni di abitanti del Tibet che da oltre quarant'anni stanno vivendo il più doloroso periodo della propria storia. Nonostante ciò la determinazione della gente, il suo legame con i valori spirituali e la pratica della non violenza rimangono inalterati. Il premio Nobel è un riconoscimento alla fede e alla perseveranza del popolo tibetano. »




[Kundun (1998), di Martin Scorsese]
Se vuoi firmarel'appello per la scarcerazione dei monaci clicca qua :

venerdì 28 dicembre 2007

Benazir Bhutto

E' stata una guerriera di pace
Una «donna coraggiosa» e una «guerriera di pace»: è il ricordo di B.B. (i suoi seguaci in patria la chiamavano così, come Brigitte Bardot) di un'altra donna «tosta» il ministro degli esteri israeliano Tsipi Livni.

Benazir Bhutto era bella e imponente: riempiva gli spazi con la sua presenza e la sua personalità. Amata in Occidente, Benazir era un simbolo della democrazia, della modernità, della rivendicazione femminile. Erede politica del padre Zulfiqar, nel 1988, a 35 anni, la bellissima Benazir divenne la prima donna del mondo musulmano a dirigere un governo, eletta nelle consultazioni dopo la morte del generale Zia. Nel 1990 fu destituita, travolta da accuse di corruzione, più o meno fondate, che posero fine anche al suo secondo mandato, dal 1993 al 1996. Il presidente Pervez Musharraf ha firmato il 5 ottobre scorso una controversa amnistia che cancellava i reati della Bhutto e del marito, aprendo così la strada a un accordo di spartizione del potere. Nel 1999, dopo essere stata incriminata - ma registrazioni proverebbero che i giudici erano sotto la pressione dell'allora governo di Nawaz Sharif - la Bhutto aveva lasciato il paese ed era vissuta a Dubai, con i tre figli. Il 18 ottobre di quest'anno, era poi rientrata a Karachi. Migliaia di sostenitori erano scesi per le strade per festeggiare il rientro. Intorno a mezzanotte, al passaggio del corteo, un kamikaze si era fatto esplodere tra le ali di folla. La Bhutto era rimasta illesa, ma nell'attacco almeno 139 erano rimaste uccise ed oltre 400 ferite.
Un'infanzia dorata, gli studi ad Harvard e poi a Oxford. Moderna e ribelle: raccontava spesso Benazir quando la madre la costrinse ad indossare per la prima volta il burka e ringraziava ancora il padre che le permise di toglierlo. Fu grazie a lui che la giovane Benazir potè uscire dal cono d'ombra della sua condizione femminile in un mondo musulmano e affermarsi senza pregiudizi. Fu grazie al padre che, seppure donna, cominciò a fare politica attiva e a seguirne la carriera fino a quando questi divenne Primo Ministro. Bhutto era tornata in Pakistan nell'ottobre 2007 dopo otto anni di esilio volontario dopo che Musharraf, con il quale aveva negoziato sulla transizione del Pakistan verso una democrazia civile, le aveva garantito protezione rispetto ai vecchi procedimenti per corruzione a suo carico.
Il 26 dicembre, Bhutto aveva promesso di combattere per i diritti dei lavoratori durante la sua campagna per le elezioni generali di gennaio.
La Bhutto, però, ha trovato la morte il 27 dicembre 2007 in un nuovo attacco suicida avvenuto al termine di un suo comizio a Rawalpindi, a circa 30 chilometri dalla capitale Islamabad. Nell'attentato sono morte almeno 20 persone e altre 30 sono rimaste ferite.
L'attentato alla Bhutto è stata rivendicato dal numero due di Al Qaeda, Ayman al Zawahiri, che in un colloquio telefonico con l'agenzia Aki-Adnkronos international, ha detto: «Abbiamo eliminato il più importante asset nelle mani degli americani».